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Alcuni considerazioni sulla indispensabile riforma dello Stato nel settore dello spettacolo

apr 10

Premessa
Uno Stato moderno e liberal-liberista non disconosce il ruolo importante della cultura e dello spettacolo nel sistema sociale, ma riconosce alla loro sua funzione di vòlano per lo sviluppo economico (turismo culturale, made in Italy, capitale immateriale, indotto e moltiplicatori) una importanza non inferiore alla loro funzione di estensori del pluralismo espressivo, di garanti del patrimonio culturale storico del Paese, di stimolatori di creatività.
Lo Stato deve adoprarsi per ridurre l’intervento della mano pubblica alla sola sfera della sperimentazione, ricerca, formazione, patrimonio culturale nazionale, promozione, attivando meccanismi di stimolazione del mercato attraverso interventi indiretti come le agevolazioni fiscali, piuttosto che mantenendo logiche di sovvenzionamento, che ingessano il mercato, aumentano le barriere all’entrata di nuove imprese e nuovi autori, determinano autoreferenzialità e conservazione.
L’assistenzialismo costruisce clientele e caste.
L’assistenzialismo impigrisce e narcotizza la creatività.
Il mercato deve essere la medicina amara di un sistema dello spettacolo in Italia troppo spesso inquinato da un patto scellerato tra governanti e operatori del settore, un patto che ha paradossalmente limitato la libera creatività, a favore di gruppi protetti dal principe di turno.
Lo Stato deve limitarsi ad intervenire laddove il mercato fallisce, non deve divenire Stato-imprenditore di spettacolo, padrone del consenso artistico. Non uno Stato-impresario e non uno Stato spettacolare.
Uno Stato per uno spettacolo libero e creativo.

Linee-guida

razionalizzazione dell’intervento dello Stato, normativo (leggi di riforma settoriale) ed economico (riforma del Fondo Unico per lo Spettacolo): riconversione delle modalità attuali verso una prevalenza degli interventi indiretti (agevolazioni fiscali-tributarie piuttosto che sovvenzioni)

riallocazione delle risorse, previa definizione di obiettivi tecnocratico-meritocratici, sia generali (ripametrazione della ripartizione del Fondo Unico per lo Spettacolo e dei meccanismi di erogazione) sia particolari (valutazione dell’operato degli enti pubblici attivi nel settore e dell’efficacia dei singoli contributi)

individuazione delle sacche di inefficienza ed interventi di risanamento nelle modalità di finanziamento pubblico, anche attraverso commissariamento degli enti pubblici, laddove l’inefficienza si protrae negli anni ed i processi decisionali sono macchinosi

riforma del Ministero dei Beni e Attività Culturali: eventuale riallocazione di settori di attività nella competenza altri dicasteri (ipotesi di lavoro: Industria Cinematografica e Audiovisiva in Attività Produttive?)

riforma dell’intervento diretto (Cinecittà, Arcus, enti lirici, teatri pubblici, ecc.), all’interno dei prìncipi richiamati in premessa

ottimizzazione del raccordo tra i livelli sub-statali (Ministero, Regioni, Enti Locali), affinché si determini sinergia e non dispersione di risorse

definizione delle priorità del “sistema Italia”: promozione della fruizione di spettacolo? turismo culturale? internazionalizzazione? rafforzamento piccole imprese culturali? nuove produzioni giovanili?
Condizione essenziale preliminare: una prima mai realizzata ricerca nazionale sull’intervento pubblico nel settore culturale, producendo entro sei mesi dall’insediamento del nuovo Governo un “libro bianco” da sottoporre all’Esecutivo ed al Parlamento, in rispetto della lezione einaudiana del “conoscere per deliberare”.
    
Renato Brunetta
Vice Coordinatore Nazionale di Forza Italia
Roma, 7 aprile 2008     


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